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lunedì 20 giugno 2016

Il Fanculismo e il Dopoevo d'Europa

Il vantaggio di scrivere su un blog che nessuno legge è la possibilità d'avvalersi della piena parresia, ossia la libertà di parola che, su facebook o altrove, è gioco-forza negata. Dopo i risultati di questa notte, preceduti da un anno o più di discussioni sulla polis che mi paiono sempre più agghiaccianti, sento un bisogno atavico di esprimere, nero su bianco, tutto il mio pensiero.

‘Fanculismo’, a mio modo di vedere, è l'etichetta più adeguata al modo di parlare della ‘cosa pubblica’ che attanaglia non solo l'Italia ma tutto il mondo occidentale. A quel paese, secondo la celebre canzonetta di Sordi, si manda tutto, le istituzioni, la scuola, lo stato, gli altri, il sapere, la cultura, il lavoro, i partiti, il coniuge e, a volte, anche i figli. ‘Fanculo tutti’, parafrasando un coro da stadio che sentii anni fa a Roma: «odio tutti alé, odio tutti alé». Una rottura totale del contratto sociale, dove il rispetto dell'altro viene costantemente meno, con tanta pace delle tanto amate origini cristiane d'Europa o, più alla lontana, dell'humanitas e la philanthropia tanto care alle culture romane e greche.

Donde deriva questa crisi che richiama – per certi versi – il Medioevo, a causa della messa in discussione di tutti i principî su cui la cultura europee si è fondata dall'Umanesimo in poi? Le ragioni, credo, sono tanto culturali che economiche, come sempre. Due sono le tappe che hanno condotto a questo momento. La rivoluzione industriale e il fordismo hanno dato a tutti, in Occidente, la possibilità non solo di vivere dignitosamente, ma di avere un surplus economico tale da concedere loro di poter perdere tempo come più gli piaceva: non è un caso che il '900 sia il secolo dello sport, degli stadi pieni, dei grandi concerti, dei parchi pubblici stracolmi. Gente che non aveva mai avuto nulla si è goduta una libertà mai avuta, senza poi chiedere troppo alla classe dirigente: era il benessere materiale già sufficiente. Lo sviluppo economico e produttivo ha poi condotto – quasi naturalmente – alla necessità di incrementare il tasso culturale medio, donde si è proceduto alla democratizzazione della scuola, ancora legata a un mondo in cui solo il 10% sella popolazione studiava. È stato così che, dagli anni '80 in poi, chi voleva poteva avere non solo un diploma di scuola superiore, ma anche una laurea: il sogno dei poveracci degli anni '70. Gli anni '80, però, hanno conosciuto anche la rivoluzione informatica, che ha cambiato radicalmente il modo in cui la produzione si esplica: il computer consente di produrre di più con meno operai, liberando il lavoratore dalla necessità di passare ore e ore in fabbrica. Non solo, sempre più tale nuovo sistema ha permesso di eliminare il lavoro del tutto, per cui ha eliminato anche il lavoratore.

Il fatto, di per sé, non sarebbe negativo. Una classe dirigente sana avrebbe dovuto vedere il pericolo dal suo sorgere e democratizzare la scuola, dando a tutti la stessa istruzione offerta nell'Ottocento a pochi. Un'ottima istruzione, senza dubbio, che ha dato ottimi frutti. Avrebbe poi dovuto pensare a come redistribuire la ricchezza in modo equo, facendo lavorare poi chi era stato espulso da ciclo produttivo nei servizi, valendosi così dell'accrescimento culturale della popolazione: per assistere gli anziani, i disabili, per creare una buona istruzione, per fare ricerca, per rendere esteticamente belle le città ci vogliono competenze e intelligenze. Si sarebbe dovuto porre la questione di come tassare la produzione, forse con l'iva, forse la creazione di infrastrutture che impediscano la fuga delle aziende all'estero, forse con altri mezzi: chissà!

La realtà è ben diversa. La scuola ottocentesca è stata smantellata, e non solo in Italia. Era più facile, meno costoso e rendeva gli elettori più felici: perché negare un diploma a una ‘capra’ oppure una laurea, ché ciò lo renderà felice. Il risultato, però, è dei più pericolosi: si sono create generazioni di persone che si credono intellettuali e, invece, sono ‘capre’ o, meglio, quasi analfabeti. Che leggono un post su facebook e che credono di essere informati; che leggono un libro economico del primo cretino di turno – le case editrici non fanno filtro culturale ma economico: del resto, Berlusconi è un editore – e si atteggiano da economisti. Insomma, si è fatta la democrazia, ma senza i mezzi con cui essa si possa alimentare: la competenza, il sapere, l'onestà intellettuale. Quante persone abbiamo sentito, del resto, dire che la scuola non serve a nulla? E non perché si esce dai licei senza conoscere la matematica, il latino, il greco, l'italiano, la fisica, la biologia, la chimica, l'inglese, l'arte, etc., ma perché queste materie sono considerate inutili. Si è creato addirittura il liceo sportivo e mi aspetto, fra un po', quelli sessuale, ‘praticamente’ più utile di una bella espressione di secondo grado!

Da qui, a mio avviso, nasce il Fanculismo. Dato il ‘liberi tutti’ offerto dalla scuola democratica, oggi nessuno vuole più seguire le classi dirigenti. Pour cause, ché la qualità umana e culturale di tali dirigenti è quel che è, figlia di un mondo che, per molto tempo, ha lasciato la politica agli inetti e agli scioperati che non sanno fare nulla nella loro vita. C'è poi un fatto, come dice Omero nel I libro dell'Odissea: gli uomini vogliono sempre sentire un canto nuovo; per cui, quando si arriva alle elezioni, si sceglie sempre il candidato diverso, perché il vecchio ha scocciato, un po' come quando si cambia un iphone 6 con un 6s. Ha scocciato perché ha fallito: ovvio, se prometti che una città o un paese in 4/5 anni diverrà il Paese del Bengodi. E perché la sparano sempre più alta i candidati? Perché se non prometti il Bengodi, beh, perdi, dato che hai creato un popolo indipendente ma composto da ‘capre’. Immaginate, a tal proposito, un branco di pecore geneticamente modificato che non ubbidisce più al cane pastore, un cane che è oltretutto pigro, scemo o pensa agli affari suoi: non avrete più un gregge ordinato, ma un caos ingestibile.

Come si esce da questa situazione? Ecco, su questo sono pessimista. Questa generazione – la mia – non crede nella scuola e nella istruzione di qualità, quindi fa studiare poco i figli, a cui si prescrive tanto sport e tante attività collaterali. Non c'è più la sana etica del lavoro, quella che rende ‘puritanemante’ saggi e può far valutare la situazione presente – sempre più complessa (la globalizzazione non è uno scherzo!) – con criteri di giudizio adeguati. La classe dirigente arranca, anche perché, se fosse decente, non potrebbe più invertire la rotta, ché sarebbe non più eletta. In tutto questo, si vedono scelte strategiche pericolose: la sventolata energia verde e agricoltura bio, uno pseudo-socialismo reale in cui lo Stato aiuta tutti i cittadini (si pensi al salario di cittadinanza). Cose che non supportano lo sviluppo economico e creano fame e disperazione fuori dai confini europei: del resto, la volontà di chiudere le frontiere agli immigrati non è fuori da questo schema, perché il radical-chic delle chimere ha poi paura di chi muore di fame e viene qui con usi e costumi potenzialmente asociali.

Crisi economica, culturale e politica: a pensarci bene, viene subito in mente la Roma del III e IV secolo d.C., quando i governi si facevano e disfacevano in pochi mesi, con gli stranieri alle porte, crisi demografica ed economica, particolarismi di massa, il tutto rassicurato dall'illusione che la civiltà romana non sarebbe mai caduta, ché essa era ormai nelle cose come l'acqua nel vino (ops, anche quello si è perso!). 

La storia, purtroppo, andò in un altro senso e, appena un paio di secoli dopo, gli architetti non sapevano più fare neanche un arco. Figuriamoci una cupola.

Insomma, speriamo che il Fanculismo non ci porti a un nuovo Medioevo, un Postevo che non vorrei mai consegnare ai miei figli.

venerdì 22 aprile 2016

Metariflessioni

Scena da BAR.
L'oste: «Ho fatto per sbaglio un orzo, qualcuno lo vuole?».
Un avventore: «chi fa un orzo uccide una birra!».



L'uso di una parola inconsueta in una scena come quella giocosamente dipinta dal mio post implica la volontà espressiva di rendere un'atmosfera che è intraducibile a parole, a meno di non dilungarsi in una descrizione lunga e particolareggiata. Parlare di oste e avventori per un barista e i suoi clienti determina nel lettore l'idea di trovarsi in un luogo familiare, in cui i clienti parlano amabilmente con – magari – rudi proprietari, ma con una schiettezza che spesso manca negli asettici bar contemporanei. Non ché quel bar sia divenuto un'osteria o, se vogliamo, una hosteria (ché è diverso), ma perché, per un istante, si è respirata un'aria di antica memoria che oramai non si percepisce quasi più. Insomma, come dice Leopardi, tra parola e termine vi è una profonda differenza, con la prima che è «poeticissima», in quanto densa di sfumature proprio perché desueta.

lunedì 18 aprile 2016

Referendum, Renzi e Democrazia

La litania del “chi non ha votato è uno a cui non importa nulla” è francamente fastidiosa.

Per chi, come me, ha sempre votato e, questa volta, non l’ha fatto per ragioni che ritengo essere forti non è solo fastidioso ma quasi offensivo: nei referendum, del resto, il non voto è costituzionalmente ammesso, come ha ricordato il Presidente Emerito: è un diritto sacro santo dell’elettore non andare a votare

Detto questo, il referendum aveva tre motivazioni che io non condivido.

1) Quella maggioritaria, che vuole osteggiare le fonti fossili per passare alle rinnovabili. Una opzione, a tutt’oggi, illusoria e che può essere anche pericolosa, per l’economia e l’ecologia. La redditività dell’eolico, del solare, etc. è assai minore che quella del nucleare e delle fonti fossili, quelle cioè che consentono di muovere le fabbriche, i treni, ovvero l’industria. Un conto è mettere pannelli solari (per la cui produzione si usa tanta, troppa energia) su tutte le case, un conto è pensare di muovere Mirafiori con il solare. C’è poi il problema dell’impatto ambientale: riempire campi oggi adibiti a grano, frutta, boschi, prati, etc. di pannelli solari è esteticamente brutto e anti-ecologico. Vi è poi la questione che del NOismo: no al nucleare, no alla TAV, no alle trivelle, no all’Ilva, no alle discariche, no alla carne, no al cibo prodotto in modo industriale e via discorrendo. Sono spesso questi “no” senza senso, dettati da un conservatorismo che trasforma la così detta “Sinistra radicale” nella destra più retrograda e anti-modernista dall’epoca della Vandea. Sono “no” sbagliati: eticamente, perché i treni uniscono, perché il cibo industriale salva o potrà salvare milioni di persone dalla fame; economicamente, perché per fare gli insegnati, i ricercatori, gli avvocati, gli impiegati, i medici, gli artisti, i ballerini, ci vuole un paese che produce ricchezza e che si possa permettere tali nobili e bellissimi mestieri. E, in questo senso, il reiterato “no” al nucleare è una ferita che ancora scontiamo, soprattutto perché l’Italia vive di energia nucleare venduta da Francia e Svizzera e perché centrali nucleari sono state convertite in centrali a carbone, assai più inquinanti.

2) Vi è poi chi ce l’ha con Renzi: ad esempio gli insegnanti, inviperiti per il concorso, inviperiti per l’Invalsi, inviperiti per tutto (parlo di loro, perché di loro leggo su Facebook più di sovente). È un lobbista, un populista, uno che governa con Alfano, un faccione, etc. Vero, tutto vero. Ma, poi, mi chiedo perché non abbiate fatto lo stesso pandemonio con il “facciamoci una banca” della vecchia dirigenza PD, perché non siate irritati dal sistema dirigista delle Coop rosse, perché non osteggiate i Bersani che alla generazione dei trentenni diceva di attendere e fare la gavetta, di ascoltare gli anziani: una idea di socialismo né pre-sessantotto né ante-guerra, ma prossima al 1848. Del resto, il PD ha perso le ultime elezioni con Bersani: preferivate Grillo al governo, che è anti-europeista, anti-euro, anti-immigrati? Se la pensate così, beh, ve lo dico con franchezza: non ditevi di sinistra. Non è un male esser di destra, semplicemente è opportuno chiamare le cose con il loro nome. Tornando a Renzi. Le lobbies ci sono sempre, miei cari, il problema è come ci si rapporta loro. E, poi, mi piacerebbe che la gente riflettesse su un fatto: è o non è l’interesse superiore del paese più importante di quello di un comune o di una regione? Con questa cosa del federalismo becero il Passante di Valico o l’alta velocità sono costati 5 volte in più che le corrispettive opere – ad esempio – in Spagna: per fare un metro di alta velocità, bisogna ricompensare un comune che ha spostato un cimitero o una masseria con milioni di euro, sempre che tali enti locali non blocchino l’opera. È questo un modo di operare indecente. Poi, mi vien da pensare a Roma, la mia amata città: mafia capitale, che è nata con Alemanno, non è stata sfruttata dal PD di Renzi, perché Marino (che sia innocente o meno poco importa) è stato eletto prima che Renzi diventasse segretario. Al limite, è colpevole il PD dei Cuperlo. Su Renzi come persona e politico, bisogna ammettere che, nonostante il suo populismo che a me (fighetto pseudo-intellettuale) non piace, qualcosa egli ha fatto: la legge sulle unioni civili; un concorso della scuola che farà anche schifo, ma che impone il principio secondo cui, per avere un posto pubblico, te lo devi meritare; un incremento degli occupati; una legge elettorale che è da sempre stata nel programma del PD, dei DS e del PDS, ossia il doppio turno. Poco, direte, ma sempre meglio dei governi del passato (fatto salvo il mio amatissimo Prodi, che ci ha portato nell’Euro salvandoci dal disastro economico e che ci ha consentito di avere una ricchezza comparabile a quella di un Tedesco).

3) Ci sono questioni economiche, ossia relative alle royalties e al fatto che le multinazionali del petrolio vengono lasciate libere di abbandonare le piattaforme ormai non più produttive. E io mi chiedo: è ostacolando gli investimenti nel settore che si migliora la situazione? Il vero problema, però, è il rapporto con le multinazionali, oggi tanto difficile: esse lavorano in un posto e pagano le tasse dove pare a loro. E non è l’insipienza dei governi, ma è il fatto che gli Stati hanno bisogno degli investimenti privati per sfruttare alcune potenzialità (come le risorse fossili) e cercano di mettersi d’accordo con potenze economiche che sono più forti di loro. La soluzione ci sarebbe: gli Stati Uniti di Europa, che potrebbero imporre – ad esempio – alla FIAT di non pagare le tasse nel paese comunitario che più gli fa comodo, ma dove evidentemente la multinazionale fa profitti. Lo stesso vale non solo per i petrolieri, ma per l’Apple, Amazon, Nestlè, etc. Uno stato piccolo (e 60 milioni di abitanti, oggi, sono pochi) non ha la forza di trattare con le lobbies e le grandi potenze economiche, semplicemente perché tali multinazionali possono operare nel paese vicino.

Detto tutto questo, mi sia permesso dire a Emiliano, il quale ieri sera ha usato toni indegni di un socialista, quanto segue: se hanno votato 14 milioni di rispettabilissimi cittadini (di cui oltre due milione contrari al referendum), non è vero che solo questi 14 milioni si sono informati. Ci sono 33 milioni di persone – la stragrande maggioranza – che hanno scelto di non andare a votare un referendum ritenuto da loro pretestuoso e sbagliato. Se l’opinione di chi è andato a votare ha dignità – e ci mancherebbe! – è doveroso rispettare anche chi non la pensa come quel 31%.


È questo, del resto, il sale della Democrazia.

lunedì 21 dicembre 2015

Quando il terrore tocca il noto

Io, in quei luoghi, ci son passato. Vi erano caffè sonnolenti in quella domenica pomeriggio di dieci anni fa: il sole faceva capolino, ma non scaldava, come spesso accade negli umidi inverni parigini. La pace regnava e i camerieri, affacciati alla porta, si godevano quelle ore di tranquillità, che di lì a poco sarebbero state travolte dalle risa di chi, digerito il pranzo domenicale, avrebbe deciso di gustarsi le ultime ore di svago che il lunedì avrebbe, inesorabilmente, cancellato. 

Speranzoso, passavo per quelle vie, provenendo da Mont Martre, dove allora abitavo: chissà, magari la mia squadra si sarebbe ripresa (per la cronaca, non lo fece), ma fiducioso mi dirigevo verso un caffè gestito da Messicani che avevano concesso a dei fanatici di Roma come me di far vedere la partita. 

Messicani, già: ché quel quartiere è una ratatouille di sapori, gente, razze, culture. Parigi, l'Europa. O, meglio, l'Europa come sempre me la sono immaginata e sognata. Aperta, solidale, varia. Viva.

Ma oggi, forse, qualcuno di quei visi che incrociai allora è stato freddatati da una follia nata anche in quelle banlieues di cui, già ai confini di Mont Martre, si vedevano allora le problematicità. 

E, alla vista del dramma del Bataclan, ho sentito una stretta ancor più forte che in altri fatti di terrore: ché i colpi su quanto ti è familiare fendono con maggiore forza il cuore.

giovedì 2 luglio 2015

La sinistra nel XXI secolo

   Mi son spesso chiesto, almeno da un paio d'anni, s'io sia una persona di sinistra come mi son sempre – orgogliosamente – dichiarato. Il dubbio è legittimo, se su questioni come la scuola, le leggi elettorali, l'economia, l'euro, il senso degli stati nazionali, la Grecia io generalmente dissento con chi, oggi, si definisce 'di sinistra'. 
   Cosa io intendo per sinistra? È essere per gli ultimi, per gli indifesi, per i poveri, certo. Ma non basta, perché anche un retrogrado cattolico può e deve essere a favore di ciò. C'è differenza fra un San Francesco e un Ratzinger! Del resto, non è che i poveri siano sempre di sinistra: non si deve ricorrere all'evocazione della Vandea per dimostrare questo fatto, basta vedere i risultati delle elezioni nei quartieri più desolati delle metropoli europee o, ancor peggio, delle sue campagne per vedere che lì, spesso, si annida l'intolleranza, il razzismo, i pregiudizi. Come è una sciocchezza ritenere che le savauge est toujours bon, è una stupidaggine pensare che il povero abbia sempre ragione. Sinistra, allora, può essere intesa come quell'insieme di persone che credono nel progresso dell'Umanità, per non difendere le rendite di posizione, per consentire l'ascesa sociale a tutti. Per dare a tutti un'opportunità, il più possibile omogenea per tutte le classi sociali. Insomma, è 'sinistra' il sogno di una democrazia più vera e reale. 
   I principî che ho ora esposti, tuttavia, sono profondamente in contrasto con i grandi temi che la sinistra oggi pone all'attenzione. Se la difesa a oltranza dei sindacati trascura gli intessi di chi – per ragioni storiche e sociali – a tali sindacati non è iscritto (il figlio di un operaio di ieri è oggi spesso avvocato, medico, professore: i mestieri 'liberali' della borghesia d'en temps), chi oggi critica la riforma della scuola non vede la necessità che il merito entri in questo mondo, tra i professori e gli studenti: il lavoro, quello duro e faticoso, sono oramai fuori moda, mentre si trattano il nobile mestiere dell'insegnante alla stregua di quello di un impiegato e quello dello studente come un gaio momento di passaggio, in cui ciò che conta è trovarsi in un ambiente piacevole e divertente. Eppure, se pari opportunità devono esservi, solo tramite il duro lavoro chi parte svantaggiato potrà ambire a mestieri che alcuni, ahimé, raggiungeranno perché nati in una famiglia non solo più ricca, ma più acculturata. Il livellamento verso il basso, in effetti, aiuta chi parte da un gradino più alto: se non sei mai stato abituato a scalare, non arriverai mai in alto. Dell'economia si critica spesso la dimensione globale: certo, essa è impersonale e, a volte, crudele, ma l'idea assurda che i paesi possano pensare al futuro gravati di debiti è un coprirsi gli occhi per non vedere. La globalità, infatti, consente a un nipote di contadini o di normali impiegati come me d'aver girato il mondo e, soprattutto, di ambire a un posto – o, quanto meno, a una cultura personale – che un tempo erano riservati alla top class. Per questo, io vedo l'euro come un sogno, il primo passo di quello che vedo, strategicamente, come l'inesorabile percorso verso una federazione europea. Certo, magari non sarà il migliore dei mondi possibili, ma l'idea di potermi permettere più o meno gli stessi beni di un Tedesco o di un Francese – cosa assurda non più di 20 anni fa – mi conforta. In quanto 'di sinistra', d'altra parte, io odio il concetto di nazione – ahi, ahi, chi si ricorda più l'internazionale socialista?! – perché, forse anche grazie al fatto d'esser figlio di una famiglia mista, mi sono trovato a casa in ogni paese dell'Europa continentale in cui ho vissuto o sono semplicemente stato. Se non trovo un assurdo una legge elettorale che consenta di governare, per prendere decisioni importanti e d'avanguardia (si pensi all'arretratezza di un'Italia in cui addirittura i diritti degli omosessuali non sono tutelati), detesto tutti coloro che sblaterano a favore di aziende e, perché no, di paesi che non hanno un equilibrio finanziario adeguato, equilibrio necessario per fare vero progresso (chiedete a Keynes se gli Usa sarebbero potuti uscire dalla crisi del '29, se i bilanci statali fossero stati disastrati come lo sono oggi quelli dei paesi del sud Europa!).
  Insomma, ho paura che si cominci a confondere la 'sinistra' con l'essere contro: contro agli OGM, contro alla sperimentazione animale, contro la TROIKA, contro l'euro, contro tutti. A parte che molti di questi 'no' tradiscono terribile ignoranza (curatevi voi con una medicina non testata sugli animali!), questa sedicente sinistra dovrebbe riflettere se essa non sia più anarchica che socialista o comunista. Ché, poi, se si tira troppo la corda, si rischia da passare dall'altra parte, ricordando che, ai tempi della Rivoluzione Francese (ove il concetto di 'sinistra' è nato), chi diceva no stava a destra dell'emiciclo.



Post scriptum ché, del resto, chi fa il terzomondista dovrebbe chiedersi se un po' di OGM in Africa farebbero poi così male: in un continente in cui la fame è un problema, un grano non attaccato dagli insetti (senza pesticidi!) e con una resa superiore – forse – non sarebbe poi male. Che non consentire agli Africani gli OGM sia, in realtà, una battaglia fatta da chi ha la pancia troppo piena e si riempie la testa di sciocchezze?

venerdì 13 marzo 2015

E se la soluzione per una 'buona scuola' non fosse innovare i vecchi programmi ma fare bene quelli che oggi sono generalmente disattesi?

Considerazioni sparse sul DDL detto della «buona scuola».

1) «La Buona Scuola è buona autonomia», ma bisogna vedere come essa viene applicata: chi controlla l’operato di una scuola? Chi verifica se i programmi svolti siano consoni?
2) «Il dirigente sceglie la sua squadra», ma la discrezionalità di una sola persona è un rischio, non solo perché in Italia contano troppo le amicizie, ma anche perché un preside non può avere le competenze per scegliere i migliori di tutte le aree disciplinari.
3) «Piano straordinario e poi solo concorsi», con la speranza che, dopo avere immesso tanta gente, non si decida poi di assumere tramite concorso un numero irrisorio di persone, magari molto più qualificate di quanti si trovano oggi in GaE.
4) «Studiare per il futuro», a meno di non ridurre quanto è invece fondamentale per un giovane, ossia italiano, matematica e le materie tradizionali. Postilla sulla ginnastica: finiamola con questa sciocchezza che i ragazzi debbano fare sport, perché un giovane deve principalmente studiare, con fatica, per migliorare sé e il suo paese.
5) «Scuola-lavoro e digitale» sono due sciocchezze: può essere utile negli istituti tecnici (si potrebbero invece prevedere tirocini pagati dopo il diploma), mentre nei licei rischia di essere una grossa perdita di tempo, sottraendo tempo allo studio. Digitale? Un buon libro è tale sia stampato che in pdf, mentre una lavagna elettronica o un tablet (che i ragazzi e gli insegnanti non sanno usare) non rende un prof. o un ragazzo scarsi magicamente dei geni.
6) «Stop classi ‘pollaio’» è una presa in giro: è vero che fare classi di 15/20 alunni migliorerebbe non solo la sicurezza, ma la didattica (un prof. scarso gestisce meglio 15 alunni di 30, oltre a fare statisticamente meno danni), ma, per fare una cosa simile, gli insegnanti vanno raddoppiati. E dove trovate i soldi?!
7) «Una Card per l’aggiornamento» è una bella cosa, ma a) gli insegnanti ci si compreranno l’ultimo iphone di grido, b) tale bonus varrà probabilmente solo per gli assunti a tempo indeterminato, con i precari esclusi dall’aggiornamento (perché con 100.000 immissioni, ovviamente, il precariato non sparirà). Non sarebbe meglio adeguare gli stipendi degli insegnanti alla media europea?
8) «Un bonus per valorizzare i docenti»: e chi decide chi è bravo e chi no? Un prof. severo, che fa sfigurare i colleghi per quanto lavora, rischia di non ricevere il bonus, magari perché fa arrabbiare i genitori, oggi troppo permissivi.
9) «La Scuola trasparente»: sarebbe sufficiente verificare le dichiarazioni di servizio, i requisiti di accesso alle graduatorie e i vari crediti formativi: oggi, essi sono autocertificati (della serie, FIDATI!). Quante magagne verrebbero fuori!
10) «Investire sul futuro con 5 per mille e school bonus»: ossia, diamo soldi alle scuole paritarie, che sono notoriamente diplomifici dove si regalano voti e pezzi di carta. Le scuole privare andrebbe banalmente chiuse, non finanziate.
11) «Un bando per le ‘Scuole Innovative’ e controlli sui controsoffitti»: mi rifiuto di pensare che possa essere un punto della 'buona scuola'. Se un edificio pubblico cade a pezzi, lo si ripara. Proponete invece un piano straordinario per il recupero idrogeologico ed edilizio dei beni dello stato: siamo seri, per favore!

La «mia scuola»

1) valutare le competenze di tutto il corpo insegnante; 
2) assicurare che tutte le scuole facciano un programma di base identico, per evitare differenze fra scuole di serie A e B; 
3) ridurre gli alunni per classe a una media di 16/18; 
4) riformare le classi di concorso, evitando che un grecista insegni italiano; un filosofo storia; un matematico fisica; un italianista latino (dio ce ne liberi!); 
5) potenziare lo studio della lingua madre, questo anche quando si fa un compito di biologia, poiché non si impara l'inglese se non si conosce l'italiano; 
6) frenare le pressioni delle famiglie sui docenti; 
7) licenziare tutti coloro che scaldano le cattedre, in attesa della pensione (sperando che costoro non abbiano appena 40 anni)

venerdì 26 settembre 2014

Forse perché...

Da quando sono un bimbo, ho sempre saputo rinunciare a quei piccoli piaceri che, magari per pochi istanti, allietano una vita. 

Potevo rinunziare a una bella fetta di torta o a un aggeggio pieno lucine, ero in grado di non giocare a pallone con i miei amici di sempre oppure rinunciare a una partita al Commodor 64. Potevo, sì, perdere molte delle cose che rendono l'esistenza solare, allora come oggi: «ma dai, non berti quel gustoso caffè, che non ti fa dormire; su, rinuncia ai piaceri dell'amore (almeno per un po'), perché è giusto concedere spazio all'altro; sì, non divorare la tua bella fiorentina, munita di tante patatine fritte e d'una bella birra gelata, altrimenti ingrassi...».

A tutto potevo e posso rinunciare, tranne a un bel gelato.

Forse perché mi ricorda quei tempi spensierati, quando non c'era il futuro a cui pensare, né le bollette da pagare, né lavori da finire, né una compagna spersa in uno studentato angusto: allora, un cono costava 1500 lire e c'era anche la panna sopra, con tre gusti (rigorosamente cioccolata, stracciatella e crema: ovvio!). 

Forse perché quegli anni erano quegli ani ridenti, quando si tenevano i soldi nelle scarpe, sdrucite per i troppi calci al pallone, scarpe senz'altro macchiate da quel Campo Rosso che – ahimé – il Comune anni addietro distrusse.

O forse, più semplicemente, perché un bimbo vive alla giornata, vede tutto grande (l'avete mai notato?), tutto colorato e tutto bello, tutto in bianco e nero, giusto o sbagliato. E, chiaramente, sceglie quanto c'è di migliore!

Così, in questi giorni di passeggiate solitarie, allora come ora, non posso resistere a quel piacere: ormai i tre gusti sono un lusso (quale scegliere fra i miei tre gusti?), la panna (non più zuccherata, come allora) è un extra, ma resta sempre quella emozione, come i limoni di Montale, con cui «il gelo del cuore si sfa».

E ritorno quel bambino che è la parte migliore di me, che spero ami chi mi conosce bene, con quella faccia forse un po' triste che mi porto da allora (ci sono le foto a provarlo), ma con tanta voglia di gelati. E di amore.